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“Di grazia sia Lina Sari Indefinita”

di Mauro Portello

Non so molto dell’ aria che tira oggi nella pittura italiana, su come si stanno muovendo i giovani e i meno giovani; so però che la realtà odierna è infinitamente piu complessa sul piano degli scambi di comuicazione, “leggere” e “scrivere” è molto piu difficile, i codici e i linguaggi si penetrano e si perdono gli uni negli altri, smarrendo antiche vie e inventandone di nuove ( si pensi solo ai travasi “linguistici” musica/TV o moda/morale a casa/globo).
Per questo è importante andare alle mostre di pittura, per non mollare i contatti con gli artisti, con coloro che delle fusioni tra mondi sono i campioni da sempre.
E questa occasione mi è stata utile, perchè grazie ad essa ho incontrato di nuovo un ragionamento in pittura, che, a mio parere, è la cosa che più sta in piedi per chiunque voglia insistere a intendere la vita in cui vive.
Ma prima di tutto una premessa di metodo, per la quale, per una volta, condivido Guido Ceronetti che rifugge “L’ oscena smania di definire./ Di grazia sia LINA SARI indefinita:/ Scamparla, questo voglio, dalla morgana/ Che agita sepolcri di parole” (Lina, 1995).
Con questa bussola in tasca ho provato a camminare tra i quadri dell’ ultima mostra della Sari, a Sesto al Reghena, nel salone dell’ abbazia Benedettina (2001), davvero il luogo piu adatto.
Ho provato ad annusare le opere, a visitarle senza – per quanto possibile – mediazioni se non quelle della mia psicologia e mi sono fatto le idee che seguono.
Davanti a questi quadri non riesco a pensare altrimenti che all’ immagine vitale dello sgusciare di un pulcino: una personalità avviluppata in un mare di esperienza che prova, dieci-venti volte a superare la parete del mondo interiore per apparire qui tra noi e raccontare visioni e altri mondi.
Come dire: una sensazione fortissima di tipo ancestrale nella quale mani, insetti, ruote, sassi, volti e kimono, pianoforti, bambini, bambine e altalene stanno sullo stesso piano e parlano tra loro col preciso scopo di intendersi, di spiegarsi.
Sono le sensazioni di stare vicino a un dialogo sommerso, sotto le cose, al di qua delle cose, nell’ istante prima che esse divengano mondo compiuto e dunque concluso.
I quadri: una ruota forse, o un vortice in cui i tratti e le pietre incastonate diventano “girando” massa, uno studiato processo di deviazione dalla consuetudine figurativa, un momento in cui le forme sono possibili solo nel di fuori dell’ opera, nella sua macroscopia poichè dentro, sembra suggeriscano, “c’è da vivere per venir fuori”.
Mani antiche (citazioni dei grandi) che appaiono ancora incerte di sè, sul come stare, sul che cosa dire.
Corpi appena intuibili, posati su ferri asciutti (merito del bell’ allestimento di Rita Afra Lucchetta), prima di una storia, anzi, di qualsiasi storia, esseri fatti, ma ancora a venire.
I prodotti umani: un pianoforte sotto gli affreschi , ma senza musica e palazzi; recipienti in quanto tali, sagome e materiali in sè. Acque e rossi indimenticabili.
Ecco: una pittura filosofica, che pensa, che e in sè, prima di piegarsi al racconto della rappresentazione. Che sono se no quei due kimono, proprio eleganti, ma disposti per pensare appunto, e pensare al pensiero (come usa nella terra da cui provengono), innanzitutto.
Come non ricordare quanto Andrea Zanzotto ha scritto nel 1998 a Lina: “Tu (e non sorridere per un’ inevitabile punta d’ enfasi), ti trovi nelle vicinanze della posizione delfica, del “semàinein”, dell’ “indicare”, del “far segno”. Ti basta? No. Infatti è il non bastare mai”.
C’ è un opera che ti trafigge, una serrata succesione di otto “trattamenti” della stessa immagine, quasi fotogrammi, ma non in razionale succesione, dai colori scuri, e un volto di giovane, seriamente preso a capire, con sguardi di pacifica sorpresa o di serena malinconia, consapevoli. Quanto c’ e in quell’ opera, intitolata Rumore bianco, del romanzo omonimo di Don De Lillo? E quanto della pittura di Francis Bacon?
La pittura di Lina Sari, certo stavolta decisamente maturata, è capace di dimenticare se stessa per tirarsi fuori, à la munchausen, e riprendere con il vigore di chi ha capito dove (farci) andare. Un’ autrice dalla profonda cultura (non è frequente) che senza le reti di protezione di una qualche facile rendita di posizione si assume la responsabilita di affrontare le cose, la responsabilita di ciò che ne dice,e del nome che lo dice.
Mettendosi ancora in gioco completamente con autenticità e serietà, colta non per caso negli anni dalle grandi sensibilità di Ceronetti e Zanzotto, ricordati sopra, ma anche di Goffredo Parise, Giosetta Fioroni, Erri De Luca e Mario Schifano.
Un viaggio intenso, questa mostra (una ottima idea del critico Roberto Costella) il cui resoconto è naturalmente limitato e parziale, il cui oggetto è una materia che lavora dentro, un discorso aperto che attende il prossimo capitolo.
Un’ associazione, si perdoni se un po personale, con una cartolina-resoconto di un viaggio
anch’ esso evidentemente intenso, di una amico (autore di niente se non di sè) che a mia volta (autorizzato) vorrei spedire a Lina, per le assonanze sia pure lontane con il suo lavoro.

Un secco lamierino sospinto dalla brezza cava del sud,
in una piazza larga
bianca gesso, profilata nettamente dal blu
mediterraneo di un qualche meraviglioso
altrove dove andare a mente a memoria e stare...
Un rumore netto piccolo morbido ricorda gli uomini
che son uomini adesso...
Barattolo lieve cola vola, precipita in pace,
nel bianco suonare bianco del largo sud del sole
.

(Marcello Dorsi, 2000)
 

 

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