ItalianoEnglishDeutschHome Lina Sari

Presentazione a voce del critico d’ Arte Maria Grazia Torri
(in occasione della mostra personale alla Galleria Sagittaria, Pordenone, 1983)

Ho conosciuto per la prima volta Lina Sari in occasione di una presentazione veneziana di cinque artisti tenutasi a Ca’ Pesaro. Si intitolava iconologia per cinque e tra tutti Lina forse risultava la più atipica e anche la più affine alla mia sensibilità.
Atipica perchè in mezzo al flusso della neopittura che caratterizzava quasi tutti gli altri, Lina era riuscita a mantenere come una forma di eremitismo, una sua coerenza pittorica e oserei dire poetica, poichè i suoi lavori non citavano altri che sè stessa, esulando dalle mode del rifare il verso agli artisti del passato o del passato prossimo.
Poi ci siamo incontrate altre volte. Un pomeriggio a Verona lei mi ha detto “per una generazione come la mia la pittura non basta”. E’ una frase in cui mi riconosco.
Perciò capisco lo sconfinamento brutale del linguaggio che Lina getta sulle sue tele.
Capisco l’ essere, il sentirsi dannatamente prigionieri di un linguaggio e il doverlo esorcizzare a tutti i costi, al di là delle mode e delle forme. Quello che sorprende della nostra generazione è che se non siamo morti o pentiti o accasati, continuiamo a vivere, anzi a stravivere.
Non si sopravvive, si stravive, perchè le prove sono state troppe, oltre il sessantotto e l’ impegno politico, sociale, la cultura femminista, gli anni di piombo.
Ultimamente Lina parla di “recinto”.
Può sembrare un termine gergale direttamente dedotto dal femminile, da quel retaggio che si porta dietro come molti di noi. Ma il recinto uno è anche costretto a tracciarselo a volte per motivi di difesa.
Il riflusso ci ha costretti al recinto e anche se il recinto è contenuto, si rischia di smarrirsi dentro senza il filo d’ Arianna.
Il recinto è la negazione del mito poichè il mito è ridiventato routine, ruolo essenzialmente maschile.
Poichè Lina Sari si trucca, si trucca come trucca le sue tele, per uscire fuori dal recinto.
Nel recinto ci rimane invece la donna oca, la pin up, la donna civetta o forse anche la donna muta, quella che non può più parlare, a cui è stata tolta la parola, però dipinge.
Il fatto che Lina rifiuti i testi critici non è forse una posizione singolare, una spia rossa ben accesa?
La parola e l’ immagine, due mondi che cozzano l’ uno contro l’ altro e non si sovrappongono perchè sovrapporli sarebbe come voler far coincidere il maschile e il femminile, che non coincidono mai anche quando si incontrano.
Lina stessa mi ha rivelato che il suo è un gioco di travestimento, un gioco di rapporti con l’ immagine e il simbolo, perciò è storia di una solitudine: “La seduzione, dice Baudrillard, è qualcosa che sottrae il discorso dal suo senso e lo svia dalla sua verità perchè tutte le apparenze si alleano e congiurano per combattere il senso, intenzionale o no, trasformandolo in un gioco, in una altra regola del gioco, questa volta arbitraria, e in un altro rituale inafferrabile, più avventuroso e più seducente della linea direttrice del senso.”
Perciò spesso le immagini divengono rabbia, rabbia raffreddata dalla cera che è un pò come il senso del dovere, quello di cui Lina si sente investita.
Cioè un’ altra regola stavolta per “stare al gioco”, perchè la donna-segno vive la propia nudità come violenza contro se stessa e contro gli altri.
Questo fino agli ultimi lavori dove la forma della pittura prevale, la solitudine che era lo scontro tra l’ apparenza e il discorso diviene “aggressiva volontà di colloquio con se stessa”.
Ora l’ artista non trova rifugio nelle scatole-luoghi della memoria.
La scatola si è aperta, E uscito fuori il contenuto. Ho visto queste scatole di Lina, contenitori di vita e recinti, reinvenzioni della realtà, esorcismi più forti degli altri, praticati per scopi di difesa.
Mentre adesso la collera femminile, invece che lacerare ricama, lavora a maglia, compone, trucca, incipria, dipinge e pensa per tutto un giorno a un vestito, a una accessorio, a un nuovo e altro strumento di seduzione e crea una nuova immagine: altri oggetti per altre donne, trappole per lo sguardo da indossare magari il giorno dopo, per l’ ora della festa quando il gioco ricomincia.

Maria Grazia Torri

 

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