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It would be lonelier, without the loneliness. (Emily Dickinson)

L’umidità invisibile del tempo minaccia le cose.
Di queste prediligo la realtà interiore e narro di un caos che sarà fatalmente destinato alla quiete.
Navigo a vista sia nel buio che nella luce confidando nella rivelazione.
Trovo indizi di ciò che voglio salvare e so che basta appena un accenno di luce per far esistere il disegno.
Ho fiducia nella pittura anche se oggi appare anacronistica e oscena per il modo in cui spesso rende bello ogni orrore.
“Saremmo più soli, senza la solitudine” e affrettare la fine del dolore rende impazienti; il dolore è ineliminabile e necessita di essere sopportato e quindi adornato.
Questo è il frutto di una mente mai quieta che desidera trasformare il dolore in altri significati.
La mente manipola la quotidianità che così vacilla sull’orlo dello spazio perché aggredita dal pensiero che crea e disfa il mondo.
A forza di ascoltare e guardare, finisco per vedere sentire più di quello che si vede e si sente: ecco perché all’insensatezza regalo direzioni, come se l’insensatezza riguardasse solo me poiché cerco un suo significato.
Mi chiedo se ciò è offerta e dono quasi che il gesto si faccia sostituto del dio che, mancando, aiuta.
L’insensatezza non benda gli occhi perché si sente quando c’è e quando invece è assente, quindi è più forte della realtà.
Guardo, inabile alla risposta, senza connettere la fisicità con l’emozione e, diventando niente, sento il palcoscenico di bolle d’aria omicide dentro alla siringa.
Preferendo respirare l’aria che volarevi attraverso, cerco di non sprecare la vita in attesa di un’ala: la riconosco l’aria e procedo cercando equilibrio di ethos e pathos.
Ethos, la radice fisica dell’esistenza delle cose create che ci guardano mute, ma che narrano la necessità del creatore e ci possiedono come un daimon rivelandoci a noi stessi.
A differenza delle piante e degli animali presenti solo alle cose, io sono presente a me stessa. Il pensiero mi illumina nel mio guardare e ascoltare: ecco il pathos.
So che tutto si declina in morte, credere a questa evidenza aiuta a orientare.
Eppure c’è un rumore, un grido e così l’insensatezza si può trasformare in metafora; se non ci fossero ci sarebbe più dolore.
Dove sono le dimore, i troni, i gioielli degli dei che si sono sciolti a mezz’aria? Ecco, volgo in icone la risposta a questa domanda per riuscire a testimoniare il mio amore per il mondo.
Ci provo ancora dopo corone di fallimenti; mi aiuta questo “mancare” perché altrimenti o solo gli animali o solo gli angeli lo intenderebbero.
Noi, creature mancanti della perfetta intelligenza degli angeli o del perfetto istinto degli animali, intendiamo il fallimento.

Lina Sari

PENSIERI DI LINA PER CHECHE

Quando lavoro lo spirito non mi fa più così tanto male. Di solito invento, parto dal passo che fa la mia scarpa verde … i morti non tornano più indietro, non si è mai visto di un uomo che desideri rientrare nel grembo della madre, così i morti non vogliono più tornare dalla luce al buio …
Penso che lei era imparentata con la Luna per la risata metallica, gli occhi di ghiaccio, le mani di porcellana … erano gli alberi a dare a lei la forza di resistere.
Avvicinandomi ho sentito un odore come sfogliando un libro rimasto a lungo sotto la pioggia.
E’ stato così, aprire la porta che ha tenuto sigillato il buio tanto a lungo, l’aria viziata di muffa e umidità.
La immagino con una zampa di pollo legata a un filo rosso che lei fa girare tre volte sopra la testa e poi la brucia. La vedo uscire per cercare confidenze piovose con tante promesse per l’avvenire. Lei insegna che per adattarsi al proprio cuore bisogna imparare a sopportarsi e la natura e l’altruismo aiutano; la vedo animarsi come una Cassandra che sorride. So che la vera causa della sofferenza è il misconoscimento del nostro limite ed è lì il luogo eminente del dolore.
Lei vede le ringhiere non come ferraglia, ma grovigli di tenerezza e coaguli di bisbigli umani.
Non ci sono animali in questi fogli perché anche lei è come loro. Gli animali non sono stati cacciati dal Paradiso e quindi ci ricordano il luogo dell’innocenza originaria al quale anche noi eravamo destinati.
E lei riesce a volare perché non si prende troppo sul serio. Anche noi, se non ci dessimo troppa importanza, potremmo volare un poco di più.
Cheche viveva nel mondo come se Dio ci fosse davvero; ora può darsi che il mio sia stato un ruminare inconcludente, però ho provato compassione; senza compassione l’uomo è più secco di osso di Ezechiele.
Lei era una creatura fatta in un momento in cui Dio non aveva semplicemente voglia di solite donne serie, gli era venuta la vena poetica; era bellissima per quanto strana nei pensieri (veniva dal paese della Luna), aveva il vento in testa.
Posso usare senza arrossire l’aggettivo inquietante?
Ora mi viene voglia di anestetizzare il racconto perché l’ho dipinto e tutto il resto è privato.
In ogni caso sottolineo come i libri siano un tesoro che permette di spaziare in scenari della non immediata quotidianità che ci avvolge continuamente.
In questo libro, nella penombra, ho visto Cheche sorridere come un lupo: del lupo ha gli occhi grigio-azzurri, una sfrontata purezza, un che di ancestrale, manifesta riconoscenza senza tanti giri di parole, sa sfidare e arrendersi, si fa sentire inaccessibile e si da impetuosamente, affonda i denti nella carne e poi accoglie con un sorriso.
Ecco, si, per lei non era possibile gettarsi al collo di se stessa, aveva bisogno di abbracci e ammiro il suo non aver successo, il suo misterioso senso di caducità, il suo consumato ordito, il suo consumarsi gli occhi guardando le rose.
Il topos convenzionale della morte è il braccio destro abbandonato … ho cercato si sorvolare e di non impantanarmi, ho provato difficoltà, ma ho sperimentato che le difficoltà sono luce e se sono insormontabili diventano sole perché danno dubbi, suspance, una specie di apnea mentale impercettibile e quando si esce, anche se i troppi punti sono drastici, i troppi segni svirgolati, frivoli e l’opera è effimera, capisci che tutto ciò che non è indispensabile è dannoso.
Ho capito che per gli uomini soli la Luna è molto amica. Mi sono anche molto sorpresa e penso che noi siamo fatti per sorprenderci perché non sappiamo quello che abbiamo dentro e la sorpresa ci da una mano.
Forse lei non ha mai incontrato un uomo dello stesso paese, il paese della Luna e queste mie figure non sono altro che pezzetti di filo, scampoli, piccole cose sparse qua e là, cucite insieme per farne una nuova.
Ho inventato ciò che non so, esagerato ciò che so per continuare la tradizione di famiglia di raccontare sane bugie.
Per quanto mi riguarda sono in debito con varie persone, un pittore è solo bravo quanto il suo editore e il mio editore è Giovanni Sartori di Ed. Exodus.
Ho immaginato Cheche come quando si fissa la striscia centrale della strada, e si vede una chiazza d’acqua che si alza mentre noi ci avviciniamo e scompare, prima che la si possa prendere, come un fantasma in cielo.
La immagino magra come un’ombra, pallida come la pancia di uno squalo, luminosa come una monetina succhiata a lungo in bocca, nera come la penna di un gallo che brilla al sole di verde, intensa come una caramella al latte tostato.
Si, il vento che le sta intorno profuma di lacrime.
E poi tante cose me le hanno insegnate le mani.
Ecco questi sono lavori fragili, anche i quadri sono fragili e a metterli in contesto sbagliato li si distrugge.
Bisognerebbe, tante volte per un quadro, non limitarsi solo a guardarlo ma visitarlo.
Anch’io come lei non ho un paese ma ho i ricordi.
Le parole che mi ha regalato Claudio Rorato non dicono mai una cosa sola, ma a ciascuno raccontano quello che si è capaci di sentire.
Gli animali, anche lei quindi, insegnano la saggezza del tacere, del calore che è la meraviglia più salutare.
Lei ci dice che non abbiamo potere su ciò che avviene né a pochi passi da noi, né dentro di noi.
Il mio è un universo mobile, polimorfo, gremito di presenze, di meraviglie, di luci, di addii.
C’è impossibilità di capire … la gioia è possibile solo perché è momentanea; è la gioia di quel momento.
Vedo lei con il fazzoletto nero, storto sulla testa, incedere lungo un sentiero, zimbello della natura e ripudiata dalla grazia.
Anche lei non ha potere.
In ogni caso considero meravigliosa la mobilità dei punti di vista e la loro pluralità.
Per concludere, mi vorrei raccontare come una molesta zanzara di Dio, e questi disegni sono una mangiatoia delle mie fantasie. Del resto anche lo scarabocchio esiste per essere scritto e non per essere letto e così ….
È una vita che naviga tra tenerezza e irritazioni ad immagine dei sentimenti che si possono sentire per la propria madre.
E’ questo ciò che ho tentato di esprimere, forse.

Lina Sari

Dicembre 2008

 

 

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