ItalianoEnglishDeutschHome Lina Sari

Gian Mario Villalta

Ornare la ferita del tempo

Nella Nona delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin leggiamo:
C' è un quadro di Klee che s' intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L'angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi; destare i morti e ricomporre l'infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.
C' è stato un tempo non lontanissimo in cui questo passo era tra i più citati nella riflessione filosofica e poetica che incontravamo nelle nostre letture. La tempesta del progresso poteva ancora apparire, nonostante tutto, portatrice di una forza messianica. L'angelo vede solo il passato, che è, tutto insieme, "una sola catastrofe", ma la potenza che lo sospinge verso il futuro, "impigliata nelle sue ali", e che gli impedisce di richiuderle, di fermarsi, quindi, e adoperarsi a redimere il passato, "spira dal paradiso".
Nonostante tutto, in un tempo non lontanissimo, si poteva ancora discutere su questo passo, ci si ragionava, anche per dare voce all'impossibilità di aderire a questa visione. Un'impossibilità sentita come propria storia, esperienza inappropriabile dello stare al mondo, ma allo stesso tempo impropria fiducia nell'origine segreta del suo movimento.
Ancora nel 1958, il drammaturgo tedesco Heiner Müller, poteva giocare su una riscrittura che metteva in scena la catastrofe di questa impossibilità, ma in questa catastrofe poteva ancora credere. Così il suo Angelo senza fortuna:
"Dietro a lui un'alluvione di passato depone detriti su ali e spalle, con un rumore come di tamburi sepolti, mentre davanti a lui s'ingorga il futuro, gli schiaccia gli occhi facendoli esplodere come astri, muta la parola in bavaglio sonoro, lo soffoca col suo stesso respiro. Per qualche tempo lo si vede ancora battere le ali, si sente nel fruscio la caduta dei massi - sporadica al suo rallentare - davanti sopra dietro a lui, più forte quanto più veemente è l'inutile movimento. Poi su di lui si chiude l'attimo: nello spiazzo subito sepolto, l'angelo senza fortuna si arresta, attendendo la storia nella pietrificazione di volo sguardo respiro.Fino a che il nuovo fruscio di ali possenti non si trasmette alla pietra, onda per onda, annunciandone il volo".
E' grande la tentazione di commentare la relazione di significato tra i due testi, frase per frase. Ma il tempo aumenta la sua velocità, la storia incalza l'esistenza, viene il 1989 e la caduta del muro, la fine della DDR, Heiner Müller scrive una nuova versione dell' Angelo senza fortuna, di pochi versi:
"Tra città e città/ Dopo il muro l'abisso/ Vento sulle spalle la mano/ Estranea sulla carne solitaria/ L'angelo lo sento ancora/ Ma non ha più altra faccia che/ La tua che non conosco".
Due anni prima, nel 1987, ispirandosi a Rainer Maria Rilke e con l'aiuto di due dialoghi scritti da Peter Handke, Wim Wenders aveva realizzato Il cielo sopra Berlino. Nel film viene prediletta, tra le tematiche delle Duinesi di Rilke, "l'irrevocabilità" dell'esperienza umana, interpretata come lancinante attrazione degli angeli per il desiderio, innestato nell'effimera appartenenza al tempo, che è proprio degli esseri umani, anche nell'infelicità. Quel desiderio che genera dolore, che è come una ferita in ogni istante del tempo, ma radica nel tempo l'esistenza umana e fiorisce nell'esperienza in una forma che agli angeli non è concessa. Un desiderio che però intacca la memoria, e insidia il compito di questi angeli, mandati sulla terra per conservare testimonianza delle vite umane. Gli angeli dovrebbero solo guardare e ricordare, ma l'esperienza umana che si fa "lode" del mondo, attraverso il desiderio, fa vedere all'angelo le cose, nella luce di questa lode, con infinita nostalgia per ciò che abita, nel suo essere umanamente effimero, il cuore segreto del tempo. "Dire le cose" nella forma della lode è dire all'angelo l'appartenenza al tempo, il godimento del tempo, che è la vita, anche quando la vita stessa è segnata dal dolore.
Questo "godimento del tempo" è radicato nella facoltà dell'immaginare che il desiderio raccoglie nella parola, sempre sospesa al respiro, sempre legata al qui e ora delle "cose" che si fanno immagine e che è nostro compito dire, "per questo siamo qui", scrive Rilke, per dire, ed è per questo che noi esseri umani siamo"i più effimeri". La felicità è per noi appartenere a quell'istante che si fa immagine e respiro. Non una conquista dell'istante, un'appropriazione, ma un abbandonarsi, scrive Rilke: "A noi che pensiamo la felicità come un' ascesa/ l'emozione, quasi sconcertante, la sorpresa/ di quando cosa ch' è felice cade".
Ecco che a questo punto, rievocato l'appello profondo della "lode" rilkiana, il senso dell'immagine che si fa respiro nel dire, è necessario per˜ ripetere la seconda versione dell' Angelo senza fortuna di Rainer Müller, sullo sfondo di quella stessa città popolata dagli angeli di Wenders, due anni dopo, non più divisa dal muro - argine e simbolo - della storia: "Tra città e città/ Dopo il muro l'abisso/ Vento sulle spalle la mano/ Estranea sulla carne solitaria/ L'angelo lo sento ancora/ Ma non ha più altra faccia che/ La tua che non conosco".L'angelo è ancora udito (lo sento: ich höre, se ne sente la voce o si sente nella voce, nel respiro) e si presenta oramai soltanto con il viso di qualcuno, tu, l'altro a cui mi rivolgo. Ma è un viso che resta sconosciuto. "L' angelo della storia" ha lasciato oramai soltanto una traccia nel dire, o forse soltanto nel sospirare, nel respiro di un essere umano che è viso, epifania irriducibile di un'alterità alla quale non posso sottrarmi, ma che non riesco a conoscere veramente.

Chiedo perdono a Lina Sari, e a ogni altro lettore, per questa lunga premessa. Non intendo affermare, inoltre, che l'intreccio di questi richiami corrisponde al pensiero che ha accompagnato il gesto creativo dell'artista: sono state le opere e il titolo della mostra a suggerirmi di rievocare il difficile destino che lega l'angelo della storia agli angeli della poesia e dell'arte fino all'attuale deserto gremito di parole e di immagini, dove i nuovi quartieri commerciali mostrano già nel giorno della loro inaugurazione di obbedire a un'estetica delle macerie.
Mi interessava tracciare con pochi titoli i confini di un incontro con una serie di lavori coerente e, per me, di forte impatto emozionale e evocativo. Ciò che prevale, trascorrendo da una all'altra di queste opere, è l'ammirazione per la loro capacità di chiamare alla memoria e al sentire un vivo contrasto di pensieri e di affetti, una mirata interrogazione di quanto ci è piacevole e noto accanto a ciò che sollecita l'aspetto doloroso dell'esistenza, il suo lato oscuro e inattingibile.
Provo a dire quello che accade, guardando e riguardando, per quanto riesco a capire, senza fingermi esperto di cose d'arte. La confidenza di Lina Sari con le più diverse tecniche artistiche dell'immagine è nota, come è nota, mi pare, la sua vocazione "letteraria". Il termine "letterario" è ambiguo per il giudizio anche in letteratura, figuriamoci nell'arte, perchè da un lato indica un rapporto complesso con la parola e il pensiero, d'altro lato può designare però l'esibizione di un gesto mediato attraverso il pensiero e la parola di altri, un certo elemento, diciamo, parassitario o addirittura inautentico. La prima considerazione che ho raccolto, guardando e riguardando quello che avevo davanti agli occhi, è stata la libertà del gesto artistico rispetto al dato letterario, la sorprendente autonomia della sua elaborazione. Per questo sono stato obbligato a cercare - nella tematica angelologica, così frequente, e a volte pletorica, nelle arti contempranee - un ordine di riferimenti più stringente, a mia volta personale, che mi impegnasse, coinvolgendomi, in una interpretazione.
E credo ciò sia importante, perchè ci porta a dire che la componente letteraria, a questo punto dell'evoluzione dell'artista, è oramai connaturata al suo fare e brucia ogni elemento seduttivo per diventare necessità nel gesto della creazione.
Sarebbe sufficiente, per me, che ci si comprendesse su questi pochi termini: non c' è seduttività, c' è seduzione; non c' è decorazione, c' è ornamento. Non sa rinunciare, Lina Sari, nè credo lo voglia, all'emozione immediata di un colore, di un segno, della bellezza clamorosa che provoca e cattura. La coscienza del dolore, l'esperienza dell'oscurità sono in lei profonde. Allora "orna" le ferite che alla bellezza sono a ogni istante inferte. Le orna nel modo più "bello", sfacciato e catturante, con merletti e maquillage, con ori e ricami. Ma il suo ornamento segreto e ammaliante è quello della forma, dove il gesto accarezza la ferita, non può fare altro che conoscerla e rivelarla. Dove la bellezza, sfigurata, si rivela nella forma di un enigma, in un tempo e uno spazio che riconosciamo accadere.
Detto imprecisamente (ma precisamente chiamato a dirlo), mi sono trovato di fronte a qualcosa di nuovo e di importante nell'opera di Lina Sari, un dato enigmatico, l'evocazione di una forma che tradisce l' irrimediabilità del mondo,
l' irredimibilità del dolore, ma allo stesso tempo dichiara la "felice" appartenenza al tempo, il suo effimero godimento, la necessità impronunciabile dell'amore.
Più lancinate di una tragedia esibita e gridata, aleggia come un fantasma, aleggia forse con un'ala tarpata, oppure inferma, di sbrindellato merletto, il destino dell'incontro impossibile dell'angelo della storia e dell'angelo delle arti. Ci sono ombre, masse di una solidità informe, fondali, tagli e sbrecciamenti. C' è il dolore, l'ignoranza di noi stessi, la banalità del male, l'ambiguità del desiderio. Ma c' è il sottile, inquietante, enigma del nostro tempo, che ci chiede di "dire le cose", nonostante tutto, di lodare la nostra effimera appartenenza, e ci lascia sospesi sulla soglia tra il compiacimento e l'orrore, l'opulenza e la miseria, la bellezza facile e la bruttezza irrappresentabile.

 

Back