ItalianoEnglishDeutschHome Lina Sari

Andrea Zanzotto

Cara Lina,
è una ardua e febbrile avventura quella che tu hai proposto, fin dalle prime manifestazioni del tuo lavoro, un’ avventura nata dal ricco silenzio d’ attesa di una bambina che percorreva ad occhi chiusi i sentieri e gli argini perdendosi nell’ introiettare i segnali del mondo esistente, senza credervi troppo, forse.
Erano suoni colori forme il cui striscio, o soffio, o lieve schiaffeggiare quasi impercettibile sono passati poi, quasi per forza propria, nella tua elaborazione pittorica.
Attraverso lo scorrere degli anni che erano un continuo rifiuto dell’ apprendere “da altri”, sfilava la teoria delle tue creazioni che non erano “sogni”, ma “numero” indefinibile, armonia sempre ballata quasi su un solo piede; erano attraversamenti e ritorni di trasparenze, concretezze in dissolvenza e viceversa; e, direi, sempre oltre la determinazione imposta da un titolo necessario alle singole opere.
Nel contempo ti veniva incontro, all’ opposto, l’ ebrietà offerta da sempre rinnovati strumenti materici, col loro “veleno” (alla lettera) con le loro imposizioni e la loro consistenza palpabile.
Inutile resta accennare ai temi che più ti assediavano, ti aggredivano e ti vivevano dentro, cioè alla tua vita nel darsi in incontri, sogni, atti, agnizioni, disseminazioni, scomparse: ogni tema diveniva anche la metafora di se stesso, ogni punto di partenza un punto di arrivo e un “fuori tema” seduttivo e scintillante, o spettrale ed ectoplasmatico, ma in una necessaria contestualità.
Tutto ciò che hai toccato sembrava imporre un suo: “è così, sono così, eppure mi sfiori soltanto e mi fai fiorire in dimensioni che mi negano, ma che pure in ciò mi esaltano”.
Cor-rere o fingere stasi, toccare e sfuggire, affermare e smentire, combaciano o si avvicendano nell’ avidità intensa ed instancabile della tua non-ricerca, sempre percorsa da folate imprevedibili.
Ciò che affidi alla tela, allo spazio della visualità, nutre però maggiormente per questo delicato defilarsi: il “quid” ultimo, lo sappiamo anche attraverso il tuo lavoro, riesce a unire stabilità e moto, che però sono situati in un punto di continua dissimulazione.
Tu (e non sorridere per un’ inevitabile punta d’ enfasi) ti trovi nelle vicinanze della posizione delfica, del “semàinein”, dell’ “indicare” del “far segno alludere”.
Ti basta? No. Infatti è il non bastare mai.

 

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